Articoli di Giovanni Papini

1905


L'imitazione d'Iddio

Pubblicato su: Leonardo, anno III, fasc. 16, pp. 63-64
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Data: aprile 1905




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Deus noster ignis consumens est.
S. PAOLO, agli Ebrei, XII, 29.


   ANCORA una voce viene dal deserto — dal profondo e dal lontano — per ammonirci che una nuova ora segna il nostro quadrante spirituale, rapido come un cuore che batte in una spasmodica attesa, dietro una porta che forse non si aprirà. Or fa un anno — al principio di una nuova primavera — alcuni di noi illanguiditi e sfiniti da festini troppo prolungati di rêveries troppo vagabonde, cercavano con una sincera ansietà le vie dell'azione. Passare dalla letteratura alla vita era il nostro programma e la nostra inquietudine. Fu l'ultima delle nostre fantasie ma essa colorì di un tono più tragico tutti i sogni ché la precedettero.
   Oggi, al principio di un'altra primavera, un'altra è la nostra inquietudine. La parola d'ordine è un'altra: l'odio dell'Io. Non è più il sogno che ci sembra insipido, non è più la parola che ci offende, ma quello che fu la tela dei nostri sogni, che fu l'autore e la vittima della parola.
   Sopprimete l'ultimo idolo — gridava or non molto Pietro Eremita — sopprimete l'Io! E Gian Falco risponde: Come potrò uccidere il mio Io? E un'altra voce domanda: Ouali sono i modi migliori per vomitare l'Io?
   Sono tre voci che s'interrogano e si rispondono interrogando ancora — tre voci ove senti degli accenti di disperazione soffocate da accenti di speranza — tre voci che non sono un coro ma che quando lo saranno intoneranno forse il verso del salmo: Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum
   Io non voglio rispondere a queste anime imploranti — io non voglio rispondere a me stesso. E chi potrà dire quali saranno i cammini ch'esse sceglieranno, e il termine del loro viaggio, e le nuove domande ch'esse faranno al cielo e alla terra?
   Io voglio soltanto (io che sono queste anime, forse) ricordare che c'è un solo mezzo per uccidere l'io al quale gli uomini non hanno pensato ancora. L'assassinio dell'Io è stato considerato soltanto sotto forma di annegamento. Tutta la mistica è l'arte d'immergere il proprio io nelle acque senza fondo dell'essere universale. Perciò il grande sforzo dei santi (e per santi, come capite, non intendo soltanto quelli che sono nella Legenda Aurea e negli Acta Sanctorum)è stato quello diretto a sradicare il desiderio, giacchè il desiderio è il segno maggiore della individualità.


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   Ma io ho pensato un giorno a una verità semplicissima: che noi non desideriamo affatto le cose che possediamo, e ho detto fra me: Un essere che possedesse tutto non desidererebbe niente. Dio è perfetto perchè è onnipossente. Sostituiamo dunque al misticismo della rinunzia, dell'Imitazione di Cristo, il misticismo della conquista, dell'Imitazione di Dio.
   L'uomo più perfetto sarà perciò colui che si accosterà di più allo stato divino, cioè che diverrà più onnipossente. Ci sono dunque due mezzi per sfuggire al desiderio: O tagliarlo alle sue radici o fare che noi giungiamo a uno stato in cui possiamo far nostre le grandi parole di San Matteo: Data est mihi omnis totestas in cœlo et in terra. Giungere a uno stato cioè in cui tutto è nostro o può esser nostro quando lo vogliamo. Giacchè solo il possesso dà la nausea e la stanchezza facciamo che tutto sia nostro possesso. Giacchè nòi desideriamo solo le cose che non abbiamo facciamo sì che non esistano cose che non abbiamo.
   Allora io mi accorsi che due sono i cammini dell'opera mistica, che accanto all'annegamento dell'io nelle cose c'è l'annegamento delle cose nell'io. La fusione dell'io colle cose annienta l'io come la fusione delle cose nell'io. L'io significa opposizione, contrasto, ed esso è annientato tanto mettendo l'io in tutto, come ottenendo che tutto divenga io. L'io sparisce in tutti e due modi: non resta di lui, nel secondo modo, che la parola. Sono due vie diverse per giungere alla stessa meta, due vie che sembrano diverse ma che sono la stessa via percorsa in senso inverso. C'è chi parte dall'oriente, c'è chi parte dall'occidente ma tutti i viandanti che non si spaventano nè delle tenebre fitte della notte, nè delle luci abbaglianti dei soli, finiscono coll'incontrarsi a metà della strada; all'ombra di una croce consumata dai baci o sull'orlo di un pozzo ove si specchia, nel mezzo del fondo, una sola stella.
   E laggiù, o fraterne anime che mi ascoltate, noi ci incontreremo un giorno senza riconoscerci. Alcuno di noi verrà per il cammino dell'annichilamento, alcun altro per quello dell'onnipotenza. Ma nessuno ricorderà la strada per la quale è venuto e quando ci guarderemo in faccia ci sembrerà d'aver dinanzi uno specchio.


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